Alla vigilia dell’esplosivo Ladispoli Summer Fest 2026 – che vede la partecipazione quest’anno di Rkomi, Nina Zilli e Bambole di Pezza – Dani, chitarrista delle Bambole di Pezza, racconta il valore del live, la continua evoluzione del rock italiano e la scelta di restare fedeli a un’identità costruita sull’energia, sulla contaminazione e sulla libertà di essere sé stesse.
Intervista di Chiara Lucarelli
Ci sono band che affrontano ogni concerto come una semplice tappa del tour. Le Bambole di Pezza, invece, vivono ogni live come un momento di incontro. Che si tratti di un club o di un festival estivo, il palco diventa uno spazio di condivisione in cui la musica è solo il punto di partenza per un dialogo più ampio con il pubblico.
In vista della loro partecipazione al Ladispoli Summer Fest 2026, abbiamo incontrato Dani per parlare del tour, del rapporto con i fan e di una scena musicale che negli ultimi anni ha cambiato profondamente pelle. Ne è nata una conversazione che va ben oltre la promozione di un concerto: un confronto sul significato del rock oggi, sull’importanza della contaminazione tra generi e sul ruolo che una band può avere nel rappresentare chi spesso fatica a trovare il proprio spazio.
«Ogni concerto è un’esperienza diversa»
Chiara Lucarelli: Ci troviamo alla vigilia della vostra data al Ladispoli Summer Fest. Il vostro Summer Tour vi porta a esibirvi in festival molto diversi tra loro. Cosa cambia, dal vostro punto di vista, tra l’energia di un piccolo festival estivo e quella di un concerto in un club?
Dani: Ogni concerto è un’esperienza diversa. La dimensione del club ha qualcosa di quasi rituale: il pubblico acquista un biglietto, aspetta quella data e arriva con la voglia di vivere il concerto dall’inizio alla fine.
I festival estivi hanno invece un’atmosfera completamente diversa. Sono occasioni di festa e di condivisione, dove spesso si esibiscono artisti molto differenti tra loro. È anche il luogo ideale per incontrare persone che magari non ci conoscono ancora. Arrivano per curiosità, ascoltano il nostro set e, a volte, diventano parte della nostra storia.
Per noi è una soddisfazione enorme vedere qualcuno scoprirci dal vivo e decidere poi di seguirci. È uno degli aspetti più belli dei concerti estivi.
Chiara Lucarelli: Quindi è anche un’occasione per raggiungere una nuova fetta di pubblico in qualche modo?
Dani: Assolutamente sì. Ci sono i fan che ci seguono in ogni data, quelli che aspettano il concerto nella loro regione e poi ci sono le persone che arrivano semplicemente per curiosità.
Per noi hanno tutti lo stesso valore.
Crediamo profondamente nella musica dal vivo perché è il momento in cui una band può davvero raccontarsi. Non ci sono soltanto le canzoni: ci sono anche i messaggi che passano tra un brano e l’altro, il dialogo con il pubblico, l’energia che si crea sotto il palco. È lì che nasce il rapporto più autentico con chi ci ascolta.
Chiara Lucarelli: Avendovi viste esibirvi live già diverse volte, ho sempre avuto l’impressione che il rapporto con il pubblico sia uno degli elementi centrali della vostra identità.
Dani: Lo è davvero. Una band non esisterebbe senza le persone che decidono di dedicare il loro tempo ad ascoltarla.
Per questo dal palco cerchiamo sempre di trasmettere affetto e gratitudine verso chi ci sostiene. Scegliere di uscire di casa per venire a un concerto rock significa condividere un’esperienza insieme ad altre persone, ed è qualcosa che non diamo mai per scontato.
Durante ogni live si crea uno scambio continuo di energia. Noi cerchiamo di dare tutto quello che abbiamo, ma allo stesso tempo è il pubblico che ci restituisce la forza per andare avanti e dare ancora di più.
Le canzoni nascono ogni volta in modo diverso»
Chiara Lucarelli: Le vostre canzoni riescono a trasformare rabbia, vulnerabilità e ironia in qualcosa di profondamente liberatorio. Quando iniziate a scrivere un brano, nasce prima il messaggio che volete trasmettere oppure l’impatto emotivo che immaginate di veicolare dal palco?
Dani: Non esiste una regola. Ogni canzone segue un percorso diverso.
A volte tutto nasce da una linea vocale proposta da Cleo, altre volte da un’idea musicale o da un’intuizione strumentale. Da lì il pezzo prende forma lentamente: la musica suggerisce immagini, le immagini diventano parole e il testo cresce insieme agli arrangiamenti.
È un processo molto naturale, che cambia ogni volta.
Per noi il messaggio è importante tanto quanto l’energia che riusciamo a trasmettere. Le due cose camminano insieme. Vedere un brano trasformarsi da un’idea, passando per una semplice demo, fino alla registrazione definitiva è sempre uno dei momenti più emozionanti del nostro lavoro.
Chiara Lucarelli: Dal vivo colpisce soprattutto l’impatto fisico della vostra musica. In studio, invece, emerge un’attenzione particolare per gli arrangiamenti e per la ricerca del suono.
Dani: Sono due aspetti complementari.
In studio dedichiamo moltissimo tempo alla costruzione del suono. Gli arrangiamenti, le sonorità, il lavoro con i produttori e la ricerca di una cifra sonora contemporanea sono elementi fondamentali per definire l’identità delle Bambole di Pezza.
Sul palco, però, cambia tutto.
Lì l’obiettivo è creare coinvolgimento. Un concerto deve essere energia condivisa, deve mettere in comunicazione chi suona con chi ascolta. È questo che rende il live un’esperienza diversa da qualsiasi registrazione.
«Il rock, prima di tutto, è un’attitudine»
Chiara Lucarelli: Riallacciandomi ora al tema della ricerca di una cifra sonora contemporanea; negli ultimi anni il rock italiano ha assorbito sempre più influenze dal pop, dall’elettronica e dall’urban. Esiste ancora una scena rock chiaramente riconoscibile oppure oggi la vera rivoluzione consiste proprio nel superare i confini tra i generi?
Dani: Noi abbiamo sempre creduto nella contaminazione.
Ci sentiamo una band rock soprattutto per l’attitudine con cui affrontiamo la musica: l’energia, il desiderio di esprimerci liberamente e quella componente anticonformista che da sempre appartiene alla cultura rock.
Allo stesso tempo, però, crediamo che il bello della musica sia proprio la possibilità di mescolare linguaggi diversi. Non ci interessa rinchiuderci dentro un’etichetta.
A volte scherziamo dicendo che il nostro genere è semplicemente “Bambole di Pezza”, perché quello che cerchiamo davvero è costruire un’identità riconoscibile, indipendentemente dalle influenze che attraversano le nostre canzoni.
Oggi forse non esiste più una scena rock compatta come quella degli anni Settanta, Novanta o dei primi Duemila. È cambiato il modo di ascoltare musica, sono cambiati i riferimenti culturali e anche il mercato si è trasformato.
Noi preferiamo vivere questa evoluzione come un’opportunità.
Manteniamo ben salde le nostre radici rock, ma non abbiamo paura di lasciarci contaminare da sonorità contemporanee. L’importante è non perdere autenticità.
Dal vivo, poi, tutta quell’energia torna a essere il centro di tutto. È lì che ci sentiamo davvero libere di esprimerci senza compromessi.
«Non abbiamo mai voluto smussare gli spigoli»
Chiara Lucarelli: Viviamo in un’epoca in cui molti artisti sembrano adattare linguaggio e immagine alle logiche degli algoritmi e dei social. Le Bambole di Pezza, invece, hanno costruito la propria identità proprio sugli spigoli. Vi è mai stato chiesto di ammorbidire il vostro linguaggio o la vostra immagine?
Dani: Chi segue le Bambole di Pezza lo fa proprio perché riconosce questa nostra autenticità. Siamo sempre state donne fuori dagli schemi e non abbiamo mai sentito il bisogno di nasconderlo.
Nel nostro percorso ci siamo spesso trovate a dover conquistare spazio in un ambiente che, ancora oggi, fatica a considerare una band femminile con la stessa naturalezza riservata a una band composta da uomini. Per questo abbiamo imparato a farci largo con determinazione, senza aspettare che qualcuno ci concedesse un’occasione.
Il nostro brano Ci prendiamo tutto senza permesso nasce proprio da questo spirito: la volontà di non chiedere il permesso per esistere, per occupare il nostro spazio e per far sentire la nostra voce.
Negli anni, soprattutto agli inizi, ci è capitato di ricevere suggerimenti che andavano nella direzione di rendere il progetto più “semplice”, più vicino al pop o a un’immagine stereotipata delle girl band. Ma non ci siamo mai riconosciute in quella visione.
Anche quando alcune nostre canzoni hanno raggiunto un pubblico più ampio, non abbiamo mai rinunciato alla nostra identità. Le Bambole di Pezza sono fatte di personalità diverse, gusti musicali differenti e sensibilità che convivono all’interno della stessa band. È proprio questa varietà a renderci quello che siamo.
Ci piace provocare, mettere in discussione ciò che viene dato per scontato e, quando serve, essere anche un po’ scomode. Se questo significa accendere una luce ed uscire dai binari del conformismo, allora è una scelta che rivendichiamo con orgoglio.
«Vorremmo che un giorno non fosse più necessario parlare di “band femminile”»
Chiara Lucarelli: Se tra dieci anni qualcuno dovesse raccontare la storia delle Bambole di Pezza, quale vorreste fosse il vostro lascito?
Dani: Mi piacerebbe pensare che il nostro percorso venga ricordato per più aspetti insieme.
Naturalmente c’è la musica, ma c’è anche il valore della rappresentazione. Vorremmo contribuire a dimostrare che un gruppo di donne può occupare qualsiasi spazio senza dover continuamente giustificare la propria presenza.
Vorremmo essere un esempio per tutte quelle ragazze che desiderano suonare uno strumento, salire su un palco o costruire un progetto artistico senza sentirsi limitate dagli stereotipi.
Il mio augurio è che, tra qualche anno, non sia più necessario specificare che siamo una “band femminile”. Vorrebbe dire che quella distinzione non sarà più percepita come qualcosa di eccezionale, ma semplicemente come normalità.
Allo stesso tempo, continueremo a batterci per la parità di genere, per gli stessi diritti, per la stessa dignità professionale e contro ogni forma di violenza e discriminazione.
Se anche una sola persona, uscendo da un nostro concerto, tornasse a casa con uno sguardo diverso sul mondo, allora avremmo raggiunto uno degli obiettivi più importanti della nostra musica.
Chiara Lucarelli: Possiamo dire che vi piacerebbe essere ricordate come delle pioniere quindi?
Dani: Se il termine in questo contesto significa aver contribuito ad aprire una strada per qualcun altro, allora sì. Mi piacerebbe che fosse così.
Soprattutto, vorrei che le Bambole di Pezza fossero ricordate per aver dato voce agli outsider, creando una comunità in cui le differenze diventano un valore e non un limite.
E poi, naturalmente, c’è anche un sogno personale: vedere la nostra musica arrivare sempre più lontano, oltre i confini italiani, incontrando persone che, pur vivendo realtà diverse, possano riconoscersi nei nostri messaggi.
L’intervista si conclude con un sorriso e con una promessa reciproca di ritrovarsi sotto un palco. È una chiusura semplice, spontanea, che restituisce perfettamente il tono dell’intera conversazione: diretto, sincero e profondamente umano.
Le Bambole di Pezza continuano a portare avanti il loro percorso senza rinunciare alla propria identità. In un panorama musicale sempre più fluido, la loro forza sembra risiedere proprio nella capacità di attraversare i generi senza perdere ciò che le rende riconoscibili: un’attitudine rock, una forte consapevolezza del proprio ruolo e la convinzione che la musica possa ancora essere uno spazio di libertà, confronto e cambiamento.


